Lo Stabat Mater di Giovanni Maria Clari

Lo Stabat Mater è sicuramente una delle forme più celebri e intense della musica sacra occidentale, nata dalla fusione tra una potentissima sequenza liturgica medievale e l’evoluzione della musica colta.

Il testo poetico si basa su una sequenza in lingua latina attribuita tradizionalmente a Jacopone da Todi (XIII secolo) e descrive il pianto e il dolore umano di Maria ai piedi della croce del Figlio.

Il suo uso nella liturgia cattolica è attestato soprattutto in relazione alla festività della Beata Vergine Maria Addolorata e per i riti della Settimana Santa.

Nato come canto monodico gregoriano, tra il Quattrocento e il Cinquecento lo Stabat Mater si trasformò in una complessa composizione polifonica vocale, come testimoniato dalla versione di Giovanni Pierluigi da Palestrina (Palestrina, 1525 – Roma, 1594) che ne scrisse una versione per due cori, divenuta celebre in tempi moderni grazie alla riscoperta di Richard Wagner.

A partire dal Seicento e per tutto il Settecento, la forma si aprì all’uso dell’orchestra e delle voci soliste, arrivando anche ad alternare intensi cori a arie di straordinaria drammaticità. Celeberrimo è lo Stabat Mater per soprano, contralto, archi e continuo di Giovanni Battista Pergolesi (Jesi, 1710 – Pozzuoli, 1736), finito di comporre poco prima della prematura morte del giovane musicista. Altrettanto degni di nota sono le composizioni di Alessandro Scarlatti, Antonio Vivaldi e Luigi Boccherini.

È all’interno di questo processo storico che compare l’opera di Giovanni Maria Clari scritta per  quattro voci (soprano, contralto, tenore, basso) archi e continuo, pubblicata per la prima volta nel 1744.

Lo Stabat Mater di Clari è parte dell’enorme produzione chiesastica del compositore pisano che annovera ben 35 messe, 76 Introiti, 28 Graduali, 6 Alleluia, 14 Credo, 14 Antifone, 10 Litanie e molto altro scritto “per ottemperare agli obblighi di maestro di cappella prima della cattedrale di Pistoia (1703-23), poi nella chiesa dei Cavalieri di Santo Stefano a Pisa e dal 1736 alla morte nella chiesa Primaziale sempre di Pisa. Allievo del Colonna a Bologna, il medesimo insegnante di un Bononcini e di un Predieri, il Clari derivò dalla tradizione di San Petronio quell’interesse per la musica chiesastica che risulta prevalente e inalterato nella sua produzione.”[1]

La composizione, nella tonalità d’impianto di do minore, si struttura in 15 brani secondo lo schema seguente:

1

Stabat mater dolorosa

SATB

2

Cuius animan gementem

T

3

O quam tristis et afflicta

A

4

Quæ mærebat et dolebat

SATB

5

Quis est homo qui non fleret / Quis non posset contristari

ATB

6

Pro peccatis suæ gentis

S

7

Vidit suum dulcem natum / Eia, mater, fons amoris

SB

8

Fac, ut ardeat cor meum

SATB

9

Sancta mater, istud agas / Tui nati vulnerati / Fac me tecum pie flere

A / S / SAB

10

Iuxta crucem tecum stare

T

11

Virgo virginum præclara

SATB

12

Fac. Ut portem Christi mortem

B

13

Fac me plagis vulnerari / Flammis ne urar succensus

ST / A

14

Christe, cum sit hinc exire

S

15

Quando corpus morietur

SATB

15a

Quando corpus morietur (alternativo)

SATB

S soprano, A contralto, T tenore, B basso

La struttura dimostra l’attenzione del compositore nel proporre un brano costruito su un modello architettonico complesso e vocato al principio classico della varietas: non siamo di fronte a un semplice alternarsi di arie e corali, ma abbondano qui duetti e terzetti, che rendono il tutto particolarmente attraente sia per la varietà timbrica, ma anche per la scelta attenta delle voci in relazione al testo.

Del resto stiamo parlando di un compositore che, oltre al repertorio sacro, ha saputo ergersi ad altissimi livelli nella produzione proprio di duetti e terzetti di musica vocale profana. “La produzione in materia del Clari consta di oltre venti duetti di tipo amoroso e arcadico e di 12 duetti comici. Inoltre gli si debbono 18 terzetti, un quartetto e altro ancora. […] La produzione del Clari mostra di portare avanti le linee del duetto steffaniano – il riferimento è ad Agostino Steffani (1654 – 1728) – con l’imprimervi tanto un’evidenza melica tutta settecentesca, che uno svolgimento armonico più elaborato, e pertanto fondendo insieme le esperienze veneziane e scarlattiane della musica vocale della propria epoca”.

La fama di Clari quale abile compositore di duetti arrivò oltremanica come testimoniano le rielaborazioni di alcune sue composizioni da parte di G. F. Handel nell’oratorio Teodora del 1750.

La perizia che il Clari dimostra nel suo Stabat Mater va però oltre il sapiente uso delle voci, giugnedo fino alla compente strumentale. Essa non è limitata a semplice accompagnamento, ma intesse un continuo dialogo al suo interno e, spesso per contrasto, con le voci stesse.

Seppur limitandosi ai soli strumenti ad arco, Clari esplora timbri e sonorità diverse adoperando ora l’intero organico a 4 voci, ora ponendo i violini all’unisono, finanche adottando un’insolita orchestrazione a due viole senza violini, come si trova talvolta nelle composizioni più originali di uno Stradella.

Per il Finale Clari propone due brani: il primo più complesso, una specie di fuga accennata dal basso cui poi segue un intreccio di sette voci 3 strumentali e 4 vocali) e un secondo alternativo in stile accordale. Ancora una volta il compositore dimostra un’inventiva insolita, lasciando agli esecutori la facoltà di scegliere fra un finale di alto profilo contrappuntistico e un finale più ieratico e solenne.

Particolare è la storia relativa alla conservazione della partitura.

Essa entrò fortunatamente a far parte della copiosa collezione di Fortunato Santini (Roma, 1777 – 1861), costruita attraverso una fitta rete di musicologi di tutta Europa. Giunto in età senile e ricco solamente dei suoi 4500 manoscritto e 1200 stampe, l’abate Santini, su suggerimento di un giovane cappellano tedesco, decide di vendere la collezione al vescovo di Münster, dove viene trasferita pochi mesi dopo la sua morte.

Caduta pressoché nel dimenticatoio, la collezione venne riscoperta dal musicologo inglese Edward J. Dent (Ribston, 1876 – Londra, 1957)

Nel 1902, il musicologo di Cambridge si trovava a Münster per raccogliere materiale su Alessandro Scarlatti. Seguendo le tracce delle partiture del compositore siciliano, Dent si imbatté nei locali del seminario vescovile tedesco. Ciò che trovò lo lasciò sconvolto: la sterminata collezione di musica sacra italiana, raccolta in cinquant’anni di fatiche dall’abate romano Fortunato Santini e spedita in Germania nel 1862, giaceva dimenticata da quarant’anni. I preziosissimi manoscritti erano ammassati in stanze umide, esposti alla polvere e ai topi. Dent decise di non tacere: nel 1903 pubblicò un duro articolo di denuncia sulla rivista The Music School, scuotendo il mondo accademico e spingendo le autorità ecclesiastiche tedesche a trasferire i documenti in locali idonei e a iniziarne la catalogazione.

Il secondo, drammatico capitolo di questa epopea si consumò durante la Seconda Guerra Mondiale. Per proteggere i circa 20.000 titoli della raccolta dai devastanti bombardamenti aerei che stavano radendo al suolo Münster, i responsabili decisero di sfollare la collezione, nascondendola nella cassaforte di un castello di campagna a Heek. La strategia funzionò perfettamente e i manoscritti sopravvissero miracolosamente alla guerra, mentre la biblioteca diocesana in città veniva distrutta.

Tuttavia, il pericolo maggiore doveva ancora arrivare, e non dal cielo, ma dal fango. Subito dopo il conflitto, nel 1946, la collezione fu riportata a Münster e depositata temporaneamente nei sotterranei della Biblioteca Universitaria. Quello stesso anno, una violenta e improvvisa alluvione colpì la città, allagando i depositi dell’edificio. Circa il 5% dell’intero patrimonio finì sott’acqua; nonostante i disperati tentativi di asciugatura, l’alluvione causò la perdita irreparabile di partiture rarissime di giganti della musica come Palestrina e Pergolesi.

Consapevole di aver rischiato di perdere un tesoro universale prima con le bombe e poi con l’acqua, la Diocesi di Münster riprese il controllo diretto della situazione nel 1948, trasferendo la parte superstite della raccolta in un archivio sicuro. Oggi quel che resta di questa avventurosa collezione è custodito ed è finalmente al sicuro presso la Diözesanbibliothek di Münster, dove studiosi di tutto il mondo possono consultarlo anche grazie ai moderni progetti di digitalizzazione.

La partitura dello Stabat Mater di Clari è stata digitalizzata recentemente e ad oggi non esiste una  sua registrazione, così come non si hanno notizie di sue esecuzioni in tempi moderni.

Ne siamo venuti a conoscenza grazie al lavoro straordinario di Hans van der Velden che dal 1992 al 2015 – anno della sua scomparsa – ha dato vita a un catalogo di oltre 4500 composizioni diverse di Stabat Mater che è confluito nel sito The Ultimate Stabat Mater Website oggi gestito dalla compagna Hannievan Osnabrugge e dalla Stabat Matger Foundation.

Giorgio Bottiglioni

↑ 1. R. Zanetti, La musica italiana nel Settecento, Busto Arsizio 1978, p. 888-889.